I racconti di Alessandro

Gino de Dominicis

Nei primi anni ‘90 veniva spesso ospite al Camponeschi un signore molto bizzarro. Portava i capelli lunghi e vestiva sempre elegante. D’estate però usava indossare soltanto la giacca senza la camicia.

Prima di entrare al ristorante, nelle serate estive, vedendo giocare i ragazzi a pallone in piazza Farnese, si toglieva la giacca e, rimanendo a petto nudo, si metteva a giocare con loro. Poi indossava di nuovo la giacca e entrava nel dehor del ristorante.

Io accogliendolo all’entrata lo salutavo con un: “Buona sera dottore!”. Finché una sera lui mi rispose: “Io non sono dottore e nemmeno infermiere. Ma se vuoi proprio salutarmi, chiamami maestro”.

Era il grande artista del dopoguerra Gino de Dominicis.

Ogni volta che mi avvicinavo per consigliare le specialità del giorno era la stessa pantomima: mi faceva elencare per filo e per segno tutti i piatti e poi regolarmente, a voce alta, mi diceva: “Li sapete fare in questo posto le linguine alla puttanesca?”.

Era sempre cosi. Per quante specialità potessi proporre, mangiava solo questa pasta. Ovviamente i clienti lo guardavano sbalorditi al punto tale che un giorno una signora, cliente abituale del nostro ristorante, disturbata dalla sua presenza mi chiese: “Chi é questo urlatore?”. La cliente in questione era la regina dei salotti romani, la signora Maria Angiolillo che appena seppe chi fosse mi chiese di presentarglielo.

Andai dal maestro e lui si avvicinò porgendole i suoi omaggi.

Da quel momento tornarono sempre insieme.

 

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