Date: 2 Marzo 2020

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La cucina romana fa parte della storia della mia famiglia, è legata indissolubilmente a pranzi e cene in cui i miei nonni riunivano intorno a una grande tavola figli e nipoti.
Mentre gustavamo quelle prelibatezze, cucinate ad arte secondo la tradizione, si consolidavano i legami, portando avanti quel concetto di famiglia che conserviamo ancor oggi.
Quando al Camponeschi portiamo in tavola un piatto della tradizione romana, è un po’ come se aggiungessi alla ricetta un ingrediente in più: il calore dei ricordi.
Se in tavola c’era la trippa per noi era una gran festa. Ricordo alla perfezione quel sapore, è lo stesso che il nostro chef Luciano è riuscito a riprodurre e che offriamo ai nostri ospiti tra le frivolezze, servendo direttamente da una pentola di rame.
Un altro piatto cui sono particolarmente legato sono le costolette di agnello scottadito, che da piccoli avevamo il permesso di mangiare con le mani impugnando l’osso. Un sapore intenso che non si dimentica e che rende questo piatto uno dei più amati al Camponeschi.
In famiglia si cucinava anche molto il pesce. In particolare il baccalà in umido, che ho ripreso nel mio menu e, quando fuori faceva freddo, la zuppa di arzilla, mangiata col cucchiaio e preparata con il broccolo romano.
Quando i miei ospiti assaporano uno di questi piatti, ho il desiderio e la presunzione di trasmettere parte di queste sensazioni anche a loro, magari portandoli indietro nel tempo quando erano avvolti dal calore dei loro cari.
Perché un piatto è molto più che una combinazione di ingredienti.

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