9a regola del buon ristoratore

sacrificio

“Molte volte nella vita mi è successo di sentir parlare della ristorazione come di un’attività facile e di sicuro guadagno. In realtà questa è un’analisi davvero superficiale che non considera le ripercussioni che questo lavoro ha sulla vita privata. Chi pensa di aprire un ristorante è davvero disposto al sacrificio?”.

Sono queste le parole di Alessandro Camponeschi, patron dell’omonimo ristorante in piazza Farnese, terza generazione di una famiglia che ha fatto della ristorazione una vera e propria vocazione.

Il sacrificio in questa professione è fondamentale. Ed è per questo che lo ha reso la sua 9a regola del buon ristoratore.

“Il ristorante è come una tua creatura e, sebbene in certi momenti ti piacerebbe essere a casa con la tua famiglia, è pur vero che sai di non poter essere altrove”.

Alessandro ha interiorizzato questo sacrificio fin da piccolo, osservando da vicino suo padre e suo nonno, maestri ristoratori ai tempi della Dolce Vita. Eppure per lui, ancor bambino, il tempo che trascorreva nel ristorante di famiglia era quello speso meglio. Sacrificio sì ma sempre con la gioia nel cuore.

 

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